Che aspetta l’Europa a salvarsi?
Nello scaricabarile in corso tra stati europei e Banche centrali su chi dovrà alla fine rafforzare gli strumenti anti default dell’Ue, il Fondo monetario internazionale e i paesi del G20 – incluse le economie emergenti – hanno forse suonato la fine della ricreazione. O così almeno i mercati hanno inizialmente interpretato il piano da 3 mila miliardi di euro di cui si sarebbe iniziato a discutere a Washington nel fine settimana. Leggi Merkel si sottopone alla tortura della tv per lanciare la sua offensiva - Leggi Perché il cancelliere dello Scacchiere apre alle idee dell’eccentrico Posen
6 AGO 20

Il piano, che secondo il Times sarebbe fortemente sponsorizzato dal Tesoro americano, dalla Fed, dalla Bank of China e dal governo di Pechino, sconterebbe un default “pilotato” della Grecia con taglio al 50 per cento del valore nominale dei bond ellenici in gran parte nei portafogli di francesi e tedeschi; una ricapitalizzazione degli istituti creditori; un aumento della dotazione del Fondo salva stati europeo (Efsf), che dovrebbe essere già di 770 miliardi ma è tuttora fermo a 440 per le perplessità di Germania, Slovacchia, Slovenia e Austria. “Il progetto – riferisce il Times – è simile a quello approvato nel 2008 dalla Casa Bianca di George W. Bush per mettere le banche al riparo dagli strascichi del fallimento Lehman Brothers. L’importo fu allora di 700 miliardi di dollari, mentre oggi sul tavolo delle autorità tedesche ci sarebbe un intervento da mille miliardi di euro, a carico dei governi”. E il resto? Qui lo scenario si complica di nuovo: i 2 mila miliardi mancanti all’appello dovrebbero venire dal Fondo monetario e dai paesi Brics, Cina in testa. Molti analisti fanno però notare che nel 2008 il bailout fu reso possibile dalla Fed che affiancò la Casa Bianca stampando dollari e immettendo liquidità sul mercato.
Eppure in Europa il solco tra governi, Bce, singole Banche centrali è ancora parecchio largo. A Washington JeanClaude Trichet ha ripetuto che l’Eurotower non può più fare “il lavoro dei governi”.
Ciò nonostante i rumors dicono anche che il prossimo consiglio direttivo della Bce, il 6 ottobre, potrebbe lanciare un segnale espansivo riducendo il tasso d’interesse, oggi all’1,5 per cento e quindi più alto rispetto a quello delle altre Banche centrali occidentali. “Un taglio ai tassi non può essere escluso”, ha dichiarato Ewald Nowotny, consigliere austriaco del board della Bce, finora sostenitore della linea rigorista. Anche il membro lussemburghese dell’Eurotower, il “falco” Yves Mersch, dopo aver affermato che le aspettative di un taglio di 50 punti base “non corrispondono a realtà”, ha di fatto aperto a un compromesso. Ma ciò che in questo momento fa letteralmente infuriare la Bce è che sia spinta a prestare soccorso sia ai titoli di stato traballanti (tra i quali i Btp) sia alle banche esposte. Anche Mario Draghi, che a novembre subentrerà a Trichet, ha alzato un po’ la voce: “I governi devono fare la loro parte, rafforzando i bilanci e varando riforme strutturali, e lo devono fare in tempi stretti”. Mentre Giulio Tremonti giurava che l’Italia ha “già fatto tutto ciò che doveva”. Ieri invece Lorenzo Bini Smaghi, membro del board della Bce, prima ha inviato un messaggio rassicurante alle banche private sulla liquidità, poi ha rincarato la dose sulla scia di Draghi: “In Europa occorre fare di più”, ha detto riferendosi all’Europa che è al di fuori degli uffici dell’Eurotower. Ancora più esplicito il presidente della Bundesbank e membro del Consiglio dei governatori della Bce, Jens Weidmann, il quale ha fatto sapere che si opporrà a qualsiasi uso delle risorse della Banca centrale per irrobustire il Fondo salva stati.
Ma se Francoforte preme per un impegno maggiore delle cancellerie nazionali che, attraverso il rafforzamento dell’Efsf, sgravino la Bce stessa dagli interventi straordinari, gli stati resistono. Ieri sera, a stemperare l’ottimismo, è arrivata infatti la dichiarazione del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble: “Gli europei non hanno l’intenzione di rimpinguare il Fondo salva stati”.
Alla fine tutto continua a ruotare intorno agli stop and go di Berlino. Angela Merkel giura che “l’euro merita ogni sforzo”, e chiede al Bundestag, che si pronuncerà il 29 settembre, di dare via libera all’aumento del Fondo salva stati. Ma il ministro Schäuble annuncia l’ulteriore rinvio sulla decisione per la tranche da 8 miliardi di aiuti alla Grecia: “Aspettiamo il rapporto della troika Bce, Fmi, Commissione Ue”. Questa sera la Merkel incontrerà alla Cancelleria il premier greco George Papandreou. Tra rimpalli e rinvii l’Europa appare ancora impotente, e lo champagne è stato forse stappato in anticipo.